23 Lug 2026 - Digital Marketing

Generative Engine Optimization: perché l’AI nomina sempre gli stessi brand (e come entrare nella lista)

Generative Engine Optimization: perché l’AI nomina sempre gli stessi brand (e come entrare nella lista)

La Generative Engine Optimization (GEO) è il lavoro di rendere un brand visibile nelle risposte dei motori AI come ChatGPT, Gemini, Perplexity, Claude e Grok. Uno studio del 2026 su oltre 102.000 risposte e 102 brand mostra un divario netto: i marchi globali compaiono nel 72,9% delle risposte alle domande di categoria, quelli mid-market nel 43,6%, i brand di nicchia solo nell’11,4%. Il divario non è casuale, e una parte dipende da segnali che si possono lavorare: il formato dei contenuti citati, la chiarezza delle entità, l’autorità delle fonti.

Un responsabile acquisti deve scegliere un nuovo fornitore. Non apre Google. Apre ChatGPT e scrive: «quali sono i migliori fornitori di X in Italia?». La risposta gli restituisce cinque nomi. Se il tuo brand non è tra quei cinque, per quel decisore, in quel momento, non esisti.

Questa scena si ripete ogni giorno su cinque motori diversi. A giugno 2026 uno studio pubblicato su arXiv, firmato da Pratyush Kumar della piattaforma di monitoraggio Ranqo, ha provato a misurarla su larga scala: 102 brand, 102.025 risposte raccolte tra marzo e maggio 2026, cinque motori interrogati con prompt controllati. Non è un articolo peer-reviewed ed esce da un’azienda che vende tracciamento GEO, quindi va letto con quella lente. Ma i numeri sono tanti e raccontano bene come si comporta oggi la ricerca generativa.

Nei progetti B2B industriali che seguiamo lo vediamo già: il primo filtro non è più la pagina dei risultati, è il modello che risponde. E quel filtro premia pochi nomi.

Lo studio in breve: cinque motori, sei tipi di domanda

Lo studio interroga ChatGPT (GPT-5), Gemini (Gemini-3), Perplexity (Sonar), Claude (Claude Sonnet) e Grok (Grok-3) con sei famiglie di prompt: scoperta, problema/soluzione, caso d’uso, confronto, domanda da esperto e ricerca sul brand. La metrica principale è semplice: la quota di prompt su cui un brand viene nominato, motore per motore. In totale, circa 15.800 menzioni di brand e quasi 150.000 citazioni di fonti analizzate.

L’unità di misura è la singola combinazione di brand, prompt, motore e run. Ripetere la stessa domanda più volte serve a capire se una menzione è stabile o è rumore. Ed è qui che arriva il primo dato utile per chi lavora: la presenza di un brand nelle risposte è abbastanza deterministica, mentre il tono con cui viene descritto no. Lo studio calcola che il sentiment è 6,7 volte più rumoroso della menzione. Traduzione operativa: misura se compari e in che posizione, non affannarti a inseguire il tono di ogni singola risposta.

La scala della notorietà: 73, 44, 11

Il risultato che pesa di più è una scala a tre gradini. Quando la domanda è di categoria e non nomina nessun marchio, i brand globali come Stripe o Nike compaiono nel 72,9% delle risposte. I brand mid-market e regionali, tipo Olipop o Klaviyo, scendono al 43,6%. I brand di nicchia si fermano all’11,4%. Ogni gradino verso il basso costa circa 30 punti percentuali di visibilità, e il test statistico dello studio conferma che il divario è reale, non un caso di campionamento.

Va detto con onestà, perché lo dice lo studio stesso: questa scala è osservativa. La notorietà non è stata assegnata a caso ai brand, quindi il dato fotografa una correlazione forte, non una legge di causa ed effetto. Un marchio piccolo non è condannato all’11%. Ma parte da un pavimento basso, e questo cambia le priorità.

Per un brand affermato la conseguenza è comoda: viene già citato, il lavoro è difendere e migliorare la posizione. Per un brand di nicchia il messaggio è diverso. Sulle domande dove qualcuno lo nomina esplicitamente la visibilità è quasi garantita. È sulle domande di categoria, quelle dove il cliente non sa ancora chi cercare, che si gioca la partita vera. E lì la stazza del brand conta più di qualsiasi trucco.

I cinque motori non ragionano allo stesso modo

Trattare “l’AI” come un blocco unico è un errore. Sulla prima risposta a una domanda di categoria, senza brand nominato, i tassi di riconoscimento cambiano molto da motore a motore: Claude nomina un brand nel 51,5% dei casi, Perplexity nel 23,9%, ChatGPT nel 22,1%, Gemini nel 18,7%, Grok nel 12,0%. Lo stesso brand, la stessa domanda, cinque esiti diversi.

Anche il tipo di domanda sposta tutto. Sulle domande di ricerca diretta sul brand la visibilità media è del 97%: se il cliente ti nomina, ci sei. Sui confronti (“X contro Y”) si arriva al 74,6%. Ma sulle domande di scoperta si scende al 22,9%, e su quelle problema/soluzione al 10,8%. Sono proprio le domande più a monte del funnel, quelle di chi ha un problema e non ha ancora un nome in testa, a lasciare fuori la maggior parte dei brand.

Chi vende deve leggere questi due dati insieme. La visibilità facile, sui prompt branded, è quella che serve meno, perché lì il cliente ti conosce già. Il valore è farsi nominare quando la domanda parla del problema, non del tuo nome.

Chi finisce citato come fonte

Quando i motori mostrano da dove prendono le informazioni, circa il 78% delle citazioni va a siti aziendali: le pagine del brand stesso e quelle di altre aziende dello stesso settore. Le fonti non aziendali più citate, in ordine, sono YouTube, Reddit, le testate editoriali e Wikipedia.

Il dato più azionabile riguarda il formato. Il contenuto citato più spesso è la listicle “best of”, la classifica del tipo “i migliori strumenti per X”, con circa il 21% di tutte le citazioni. È la superficie a più alta resa: comparire in quelle liste, o pubblicarne di credibili e ben fatte, mette un brand davanti al motore in decine di risposte diverse.

Questo ribalta una parte del lavoro editoriale. Non basta avere il sito in ordine. Serve essere presenti dove i modelli vanno a pescare: le classifiche di settore, le pagine di confronto, i contenuti che citano dati e nomi in modo verificabile.

Le tre leve su cui si può davvero lavorare

Dentro l’audit, lo studio pesa sei dimensioni di una pagina: scansionabilità, qualità del contenuto, velocità, prontezza per l’AI, potenziale di citazione e autorità. Tre sono specifiche del GEO e portano la fetta più grande del punteggio.

La prima è la prontezza per l’AI: entità chiare e risposte strutturate, così che il modello capisca senza ambiguità di cosa parli e cosa fai. La seconda è il potenziale di citazione: statistiche citabili, affermazioni con un numero e un nome, blocchi che un motore può prelevare e riportare come fonte. La terza è autorità e fiducia: autore visibile, credenziali, i segnali E-E-A-T che dicono al modello che dietro il testo c’è qualcuno di competente.

Qui il nostro metodo, MAKE, si sovrappone quasi uno a uno al problema. Nella fase Map facciamo l’audit di visibilità: su quali prompt e su quali motori il brand compare o sparisce, quali entità lo descrivono, quali fonti vengono citate al suo posto. In Activate lavoriamo i contenuti citabili, i dati nominati, l’ingresso nelle classifiche di settore e i segnali di autorità della pagina. In Key Metrics misuriamo la quota di menzioni per motore e per tipo di domanda, non il sentiment, perché quello è troppo rumoroso per essere una metrica affidabile. In Evolve teniamo la rilevazione nel tempo, perché senza intervento le menzioni restano piatte e vanno spinte con continuità.

Non è una formula magica. È lo stesso lavoro di disciplina che facciamo sulla SEO, spostato su una superficie nuova.

Quello che lo studio non dice (e conviene sapere)

Un contenuto onesto vale più di uno entusiasta, quindi mettiamo anche i limiti sul tavolo. La classificazione dei brand in tre fasce è fatta a mano e lo studio ammette di non aver ancora misurato la concordanza tra valutatori diversi. I numeri dipendono dalle versioni dei modelli usate in quei mesi: cambiano i modelli, possono cambiare i risultati. E soprattutto la parte più interessante, cioè “se ottimizzo un contenuto la visibilità sale davvero?”, resta una domanda aperta. L’autore descrive sette protocolli di test controllati, tra cui esperimenti a circuito chiuso per misurare l’effetto causale, ma li lascia progettati e non ancora riportati in questa versione.

Cosa significa per chi decide un budget: i numeri sulla scala della notorietà sono una fotografia solida di com’è messo il mercato oggi. Le ricette per scalarla vanno trattate come ipotesi da testare sul proprio caso, non come garanzie. Ed è esattamente così che le trattiamo.

Come lo affrontiamo noi

Lavoriamo su marketing e contenuti dal 2017, con produzione interna e circa 40 professionisti, e il GEO per noi non è un trend da rincorrere ma l’estensione naturale di una disciplina che già facciamo. La ricerca generativa sta diventando il primo punto di contatto tra un’azienda e chi la cerca, e chi arriva prima a presidiarla parte avvantaggiato.

Se ti stai chiedendo se il tuo brand compare quando un cliente chiede un consiglio a ChatGPT o a Perplexity, la risposta non è un’opinione: si misura. Il primo passo è un audit di visibilità sui motori AI, per vedere dove ci sei, dove sparisci e chi viene nominato al tuo posto. Da lì si costruisce un piano.

Domande frequenti

Cos’è la Generative Engine Optimization (GEO)? È l’insieme di attività per rendere un brand visibile e citato nelle risposte dei motori AI come ChatGPT, Gemini, Perplexity, Claude e Grok. A differenza della SEO classica, che punta alla posizione in una lista di link, il GEO punta a essere nominato dentro una risposta generata.

GEO e SEO sono la stessa cosa? Condividono le basi, cioè contenuti di qualità, entità chiare e autorità del dominio, ma cambiano l’obiettivo e la metrica. La SEO misura ranking e clic, il GEO misura la quota di risposte AI in cui il brand compare e la sua posizione lì dentro. Uno rafforza l’altro, non lo sostituisce.

Un brand piccolo può comparire nelle risposte dell’AI? Sì, ma parte svantaggiato. Nello studio i brand di nicchia compaiono solo nell’11,4% delle risposte alle domande di categoria, contro il 72,9% dei brand globali. Sulle domande in cui il cliente nomina già il brand la visibilità è alta per tutti. La partita si gioca sulle domande di categoria e problema/soluzione.

Quali contenuti vengono citati più spesso dai motori AI? Le citazioni vanno per circa il 78% a siti aziendali. Tra le fonti esterne guidano YouTube, Reddit, le testate editoriali e Wikipedia. Il formato più citato in assoluto è la classifica “best of”, i “migliori X per Y”, con circa il 21% delle citazioni totali.

Come faccio a sapere se il mio brand compare nelle risposte AI? Serve una rilevazione strutturata: si interrogano i vari motori con un set di prompt di categoria e di confronto, ripetuti nel tempo, e si misura in quante risposte il brand viene nominato e in che posizione. È il punto di partenza di qualsiasi lavoro di GEO.

Quanto tempo serve per vedere risultati? Dipende dalla stazza del brand e dal punto di partenza. Lo studio osserva che, senza interventi, le menzioni tendono a restare piatte nel tempo: non salgono da sole. La visibilità va costruita e mantenuta, come qualsiasi asset organico.

Nicola Ferrari

Nicola Ferrari

Marketing Manager

Digital Marketing Strategist e docente presso corsi universitari e master executive, segue da più di 15 anni progetti e brand a livello nazionale e internazionale con un’attenzione specifica su performance e approcci omnichannel.

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